Favoletta patrimoniale

C’era una volta in Italia l’Istat che contava il numero delle famiglie residenti, e nel 2023-2024 ne aveva contate 26,3 milioni. Intanto la Banca d’Italia contava la ricchezza e i patrimoni; diceva che nel quarto trimestre del 2025 messe tutte in fila, il 10% delle famiglie (quelle nel decile delle più ricche) avevano ciascuna almeno 2,7 milioni di ricchezza netta. E che, nel complesso, detenevano il 60% della ricchezza.

Allora un maestro preparò per la sua classe questo problema.
Le tasse pagate da ciascuna famiglia sono utilizzate a vantaggio di tutte loro, comprese quelle stesse che le hanno versate. Ad esempio, ogni lavoratore dipendente paga ogni anno sul suo reddito una tassa di almeno il 23% e può usufruire di servizi pubblici come il pronto soccorso.
Ogni famiglia di quelle più ricche in Italia possiede almeno 2,7 miioni di euro, tra case depositi in banca ed altro. Le famiglie in Italia sono 26,3 milioni, e quelle più ricche sono il 10%.
Quanta ricchezza possiedono quelle famiglie più ricche? Quanto potrebbe incassare la collettività, se tutte loro versassero una tassa sulla ricchezza che possiedono dello 0,2% ?

Chiamò alla lavagna Lucia, che senza perdersi d’animo scrisse così.
Svolgimento:
Famiglie in Italia 26,3 , 26,3 / 100 * 10 = 2,63
Risultato: in 1 decile ci sono 2,63 milioni di famiglie
Ricchezza della famiglia 2,7 milioni, 2,7 milioni * 2,63 milioni = 7,1 migliaia di miliardi
Risultato: le famiglie del decile più ricco possiedono almeno 7.100 miliardi
Tassa di 0,2 % , 7100 * 0,2 / 100 = 14,2 miliardi

Soluzione:
La collettività incasserebbe almeno 14,2 miliardi di euro facendo pagare una tassa sulla ricchezza di 0,2% ai 2,63 milioni di famiglie più ricche.

Lucia pensò che era stato facile risolvere il problema, e fu sopresa quando il maestro raccontò che molte persone ancora non riuscivano a venirne a capo.

Entro il 2030, 45%? Non per l’Italia

L’attuale Quadro strategico per la cooperazione europea nel settore dell’istruzione e della formazione fissa 7 traguardi per l’Unione – ed al numero 5 troviamo: “La percentuale di persone di età compresa tra i 25 e i 34 anni che hanno completato l’istruzione terziaria dovrebbe essere almeno del 45 % entro il 2030.” Parliamo deǝ natǝ tra il 1996 ed il 2005, spesso indicatǝ come Generazione Z.

E di istruzione terziaria parlava anche la strategia per il decennio precedente, che fissava il traguardo europeo al 40% al 2020: il traguardo oggi è più ambizioso e sembra perciò testimoniare la volontà di far crescere ed approfondire le competenze dei cittadini. Vale per tuttǝ, in tutti gli Stati dell’Unione, allo stesso modo? Forse no.

A differenza di quanto fatto in passato, questa volta non sono stati concordati traguardi anche nazionali a corollario di quelli comunitari. Agli stati membri nella risoluzione del Consiglio 2021/C 66/01 viene soltanto indicata la possibilità, se del caso (!), di fissare ciascuno “traguardi nazionali in linea con le specificità dei rispettivi sistemi di istruzione e formazione e tenendo conto delle circostanze nazionali”. Sono invece presenti le statistiche di Eurostat, che consentono di seguire anno per anno l’andamento di indicatori e percentuali associati ai traguardi del quadro strategico – ed almeno di ricostruire qualche traiettoria, in particolare con i dati dell’istruzione terziaria in Europa e nei paesi candidati tra il 2015 ed il 2024 .  

Edouard manet, chez le père lathuille, 1879, Sailko, CC BY 3.0 <https://creativecommons.org/licenses/by/3.0>, via Wikimedia Commons

L’Europa nell’insieme, dal 36,5% del 2015 arriva al 44,1% del 2024 con 27 paesi: considerando ugualmente tutte le annualità senza tener conto dell’uscita della Gran Bretagna nel 2020, troviamo un incremento continuo equivalente allo 0,76% all’anno .

Intanto l’Italia conclude il decennio al 31,6% nel 2024 . Rimane nel gruppo dei “ritardatari”, ben  lontana dal traguardo comunitario per il 2030 ma anche da quello (ormai passato) del 40% al 2020.

Già nel decennio trascorso, l’indirizzo strategico nazionale appariva subalterno, visto che di fatto accettava di consolidare una condizione di distacco dalle regioni di testa dentro la Comunità. E questa strategia implicita sembra confermarsi, nei dati, anche stavolta: la distanza del dato italiano da quello comune europeo sta continuando ad aumentare, ed è passata dall’11,3% del 2015 al 12,5% del 2024. 

Un qualche “traguardo” per l’Italia al 2030, è stato fissato dai tecnici ministeriali e dai politici di turno? E quanto lontano è stato posto da quello europeo?

Intanto, nelle statistiche di Eurostat hanno un peso anche le variabili migratorie: i flussi interni di laureati tra paesi (a saldo verosimilmente negativo, per l’Italia), ed i flussi in ingresso da paesi extraeuropei di persone con istruzione anche terziaria. E su questo ci sono forse effetti delle politiche su accoglienza (?) e riconoscimento della cittadinanza degli ultimi decenni – ma questa è un’altra storia.

(A proposito, val la pena di ricordare che gli obiettivi nazionali della strategia europea al 2020, vedevano in prospettiva agli ultimi posti quanto a cittadinǝ con formazione terziaria Romania e Italia; come detto, i nuovi obiettivi nazionali al 2030 se anche posti non sono stati esplicitati. Nel 2024, secondo i dati Eurostat, in fondo alla classifica troviamo proprio… Romania e Italia.)

Noi nella scuola siamo ottimisti e speranzosi: siamo costruttori.

(intervento di Ubaldo Grimaldi del 28 agosto 2003 ad un incontro pubblico sul tema: DIRIGERE SCUOLE PER IL LAVORO: LA SFIDA DEL “SECONDO CANALE”. Di mio, c’è soltanto la formattazione)

Io credo che in tutti questi ragionamenti che stiamo facendo ci sia un deficit di partecipazione da parte del personale delle scuole. Questa cosa la ritengo essenziale ed importante. Dovendo parlare di futuro canale o di quello che sarà dai caratteri non ancora definiti, comunque occorre la presenza, la partecipazione e l’impegno degli operatori della scuola attualmente sul campo: sarebbe il caso e sarebbe sicuramente utile organizzare forme di partecipazione significativa e sistematica alla elaborazione di percorsi, all’elaborazione dei pezzi di cui questo percorso è costruito. Non è mai stata una tradizione questa, neanche tanto per il passato. Mi sembra che il deficit in questo momento sia tanto più rilevante e occorrerebbe porre rimedio. Se chiedete a noi operatori delle scuole e ai docenti delle scuole, se ne sa veramente poco. Succederà un giorno che bisognerà darsi veramente da fare ma su che cosa e con quale consapevolezza, questo è un problema che verrà poi. Tanto vale prevedere e partire in anticipo su questa esigenza, cioè di rendere consapevoli e di far partecipare all’elaborazione il personale della scuola. 

Seconda cosa. Non so se si può ancora dire integrata, però il canale di cui stiamo parlando è sicuramente un canale integrato. Integrato significa che vede la partecipazione di vari o più soggetti. Questa partecipazione di vari e più soggetti va in qualche modo prevista, strutturata, definita, resa possibile; altrimenti continueremo a parlare di incontro per esempio con il mondo del lavoro, sapendo benissimo che in tante parti del nostro paese questo incontro col mondo del lavoro incontra delle difficoltà praticamente allo stato e insormontabili: tessuto produttivo carente, tessuto produttivo non consapevole, non disponibile, impianti e strutture di formazione professionale regionali che vanno dall’inesistente o dall’appena sufficiente. Se non si lavora contemporaneamente anche su questi aspetti, qualsiasi cosa nascerà, troverà naturalmente dei momenti, dei punti di eccellenza in alcune regioni e in alcuni posti, ma troverà delle cadute, delle inefficienze gravi e delle assenze totali in tanti altri posti. Scusatemi, rischio di essere banale, ma mi pare che questa sia l’esigenza. 

Terza cosa. C’è molto nella scuola statale. C’è veramente molto. Non mi riferisco solamente alle esperienze che l’istruzione tecnica e l’istruzione professionale sta compiendo da più di dieci anni attraverso progetti ed esperienze. Ci sono una quantità di cose che fanno la ricchezza di questa nostra scuola di cui tante volte a torto si parla male, notevolmente a sproposito nella maggior parte dei casi. Solo a titolo di esempio, tanto per provare a farmi capire nonostante la mitezza del mio ragionamento. Quello che si è preparato, si è predisposto, per esempio, per la gestione dell’obbligo formativo, dei moduli di obbligo formativo è materiale estremamente pregevole, è estremamente utile. Tutto lì. Può essere tranquillamente utilizzato per costruire i percorsi. Il lavoro fatto appresso alla formazione tecnica superiore per altri aspetti pure, pensate al network di impresa formativa simulata che è una modalità di funzionamento di tattiche stranamente significativa ed efficace. C’è una rete in Italia che è amplissima e che è in via anche di internazionalizzarsi. Non ci consentiamo con troppa facilità di cassare questa parte di quello che c’è e che fa la ricchezza e perciò consentirebbe di essere estremamente utile. E parlo anche dell’esperienza di alternanza lavoro, ma dell’esperienza di auto imprenditorialità con le leggi 440 che sono state finanziate per anni in decine e decine di scuole: esperienze che sono estremamente significative. Non ci facciamo prendere dalla voglia di far tutto nuovo, non è assolutamente necessario. C’è la ricchezza che il professor Molinari faceva intendere dalle sue parole nel suo tipo di organizzazione: c’è altrettanta, e date le dimensioni, forse più ricchezza che nell’istruzione statale. 

Quarta cosa e finisco. Io ho vissuto due momenti drammatici dal punto di vista psicologico negli ultimi anni, quando è stato elevato l’obbligo scolastico e quindi mi sono arrivati a scuola i ragazzini che normalmente non venivano perché non si dovevano iscrivere; e due, quando abbiamo attivato con il concorso della Regione dei moduli di obbligo formativo. Mi sono arrivate delle persone della cui esistenza – e io sono da trent’anni nella scuola – io non ero consapevole. C’è una marea, ed è questo il 30% forse di cui parlava il Sottosegretario al Ministero dell’Istruzione, gran parte è questo. Che cosa voglio dire? Questi ragazzi, questi bambini – perché a volte sono quindicenni, son proprio piccoli – questi bambini hanno dei bisogni precisi. Forse noi con troppa superficialità gli affidiamo degli obiettivi che forse non gli appartengono. Questi ragazzi e queste ragazze hanno bisogno forse di qualcosa di diverso, hanno bisogno di socializzare, hanno bisogno di stare insieme, hanno bisogno di imparare il rispetto delle regole, hanno bisogno di quelle competenze di base che servono per l’esercizio della cittadinanza attiva, a cominciare dal leggere e dallo scrivere al finire per sapere usare la tecnologia. Tutto questo è propedeutico per qualsiasi canale di formazione professionale. Per favore non ci dimentichiamo questa cosa. Se no ricadiamo nella logica dell’apprendistato tout court, nelle accezioni peggiori pure qui evocate a questa tavola rotonda. Noi dobbiamo guardare alle esigenze di questa fetta di popolazione. Io sono molto contrario alla questione dell’abolizione dell’obbligo e non per un motivo qualsiasi. Il motivo per cui io sono contrario è perché questi ragazzini, che prima erano obbligati e adesso non lo sono più, io li ho tenuti, ci ho potuto provare, ho potuto attivare delle pratiche per tentare di farli uscire dalla loro emarginazione. Adesso con gli accordi quadro Regione-Ministero ci riproveremo. Anche perché noi nella scuola siamo ottimisti e speranzosi: siamo costruttori. Non ci piace stare a criticare. Quindi io li tenevo, e avrei preferito continuare a tenerli. 

Concludo. Facciamo una riflessione? Nessuno ne parla mai ed è una mia fissazione. Noi ragioniamo sempre di ragazzi che non conosciamo. Qui dovremmo attivare un servizio permanente di analisi della condizione giovanile: sapere chi sono, cosa vogliono, cosa desiderano, cosa hanno in testa, in quali valori credono, come immaginano il loro futuro. E non è vero che va bene il meccanismo all’incontrario, e cioè stabilire dei percorsi e poi calarglieli addosso. E’ vero il contrario: noi dobbiamo avere rispetto di questa condizione giovanile. Se solo la comprendiamo fino in fondo forse saremo in grado di attivare percorsi di formazione utili.

Ieri è morto Carlo Maria Martini

Milano, 11 ottobre 1993
Rev.do don Ignazio,
ho letto con viva commozione questa raccolta delle ultime lettere di Sua Eccellenza Mons. Tonino Bello, mio carissimo confratello nell’episcopato, che dal 1982 ha guidato la diocesi di Molfetta e che il Signore ha prematuramente chiamato a Sé lasciando nei nostri cuori un grande vuoto.
Rivolgo il più cordiale ringraziamento per aver pensato di pubblicare gli scritti che hanno segnato il periodo della sua dolorosa malattia, e mi pare di vedervi espresse bene alcune caratteristiche della sua vita sacerdotale: la centralità assoluta del mistero di Gesù crocifisso e risorto, il cammino della sua conformazione a Cristo in spirito di umiltà, povertà e fiducioso abbandono, la passione per l’annuncio della gioia del Vangelo, l’amore alla Chiesa e alla porzione del popolo di Dio che gli era stata affidata, la ricerca del dialogo continuo con la storia e con tutti gli uomini e le donne della terra, il desiderio ardente della pace, la speranza che la croce cambierà il mondo.
E vorrei sottolineare almeno qualche parola sulla sua personale esperienza della sofferenza: «Se dovessimo lasciare la croce su cui siamo confitti (non sconfitti), il mondo si scompenserebbe. È come se venisse a mancare l’ossigeno nell’aria, il sangue nelle vene, il sonno nella notte. La sofferenza tiene spiritualmente in piedi il mondo. Nella stessa misura in cui la passione di Gesù sorregge il cammino dell’universo verso il traguardo del Regno». E ancora: «Il nostro dolore alimenta l’economia sommersa della grazia. È come un rigagnolo che va ad ingrossare il fiume del sangue di Cristo. Il Calvario è lo scrigno nel quale si concentra tutto l’amore di Dio… Anche noi, sulla croce, rendiamo più pura l’umanità e più buono il mondo… Il Calvario non è soltanto la fontana della carità, ma anche la sorgente della grazia».
Questo prezioso insegnamento sulla prova e sulla sofferenza è molto utile per tutti noi che viviamo in tempi e in condizioni difficili, e mi auguro che la presente raccolta possa ottenere un largo favore da parte di quanti la mediteranno.
Con i più cordiali saluti nel Signore
+ Carlo Maria Cardo Martini

Entro il 2020, vivere in comunità con il 40% di laureati.

L’Europa, per i commentatori italiani un faro di saggezza non contrastabile, se lo è posto tra gli obiettivi della sua strategia. Cosa vuol dire, ad oggi, per l’Italia ? E quanta strada abbiamo da fare per dare il nostro contributo al raggiungimento dell’obiettivo ?
Anzitutto, qualche dettaglio. L’obiettivo strategico a livello europeo riguarda l’istruzione terziaria della popolazione che avrà tra i 30 ed i 34 anni entro il 2020, ossia coloro che oggi hanno tra i 22 ed i 26 anni.
La fonte comune di dati per la misurazione dell’indicatore nei vari stati è la rilevazione periodica sulle forze di lavoro. A meno di flussi migratori straordinari, possiamo prendere come punto di partenza la situazione rilevata da Eurostat nel 2010. Le statistiche ufficiali raccontano di un livello corrente pari appena al 20%, ma per fortuna esistono gli obiettivi nazionali, ossia l’adattamento concordato a livello europeo dell’obiettivo unico ai contesti nazionali. Tradotto in pratica, significa che già oggi i governi europei sono d’accordo nel lavorare affinché nel 2020 la quota di trentenni laureati possa andare da un minimo del 27%, in Italia e Romania, fino ad un massimo del 50% in Francia.
La distanza da colmare resta ancora significativa, ma siamo confortati dal trovare nelle statistiche dell’Eurostat un trend positivo per l’Italia nel decennio passato: nel 2001 la quota di laureati era appena il 12%,  a fronte di un valore europeo del 23%. Facendo un paio di sottrazioni, si può verificare però che il differenziale (una misura della distanza della situazione italiana da quella media europea) passerebbe da 11 punti percentuali nel 2001 a 13 punti nel 2020.
Forse la strategia della classe dirigente italiana per l’Europa punta a conservare ed allargare il divario esistente? Questo mi pare equivalente a dichiarare l’intenzione di far restare i cittadini comuni italiani programmaticamente cittadini europei di serie B.

[06/09/2012] Aggiungo che questi obiettivi strategici sono deboli anche a livello complessivo, come suggeriscono le previsioni del McKinsey Global Institute (marzo 2012): “Despite rising educational attainment across advanced economies, by 2020, the United States may have 1.5 million too few workers with college or graduate degrees and nearly 6 million too many who have not completed high school; France could be short 2.2 million baccalaureate holders and have 2.3 million too many workers who lack that degree.”

“L’ultimo stadio della società del lavoro, la società degli impiegati”

Ho ripreso in mano il libro Vita activa di Hannah Arendt. L’occasione è stata questa riflessione di un’amica, una che non perde il senso critico anche nel delicato passaggio dallo sfruttamento non remunerato a quello “a contratto”.
Per generalizzare, è come se ci fosse una distanza siderale tra le esigenti aspettative di valorizzazione di chi ha studiato per più tempo e le capacità organizzative e relazionali che le strutture (private come pubbliche) dimostrano. Se pensiamo ai primi contatti, per le strutture pubbliche prendendo in prestito il concetto di FTE si fa presto anche a fare qualche conto.

Quando 1300 candidati ad un concorso partecipano alla preselezione e per una giornata sono così “impegnati” (diciamo, per 8 ore) a proprie spese, alla fine della giornata noi tutti in realtà abbiamo dilapidato risorse preziose. Quali ? Le energie e gli entusiasmi che durante un anno intero di lavoro potrebbero fornire 5 persone come loro. E se il “posto” a concorso è di quelli ben pagati, uno alle cui preselezioni molti aspiranti sono magari persone che già guidano gruppi di lavoro o uffici, il valore che con allegra trascuratezza Amministrazione e Società insieme sperperano è davvero impressionante.

E se considerassimo tutte le attività, tutto il tempo impiegato alla ricerca di lavoro ? In una contabilizzazione del benessere non sarebbero poste da considerare, e con il segno ” – ” ?

Comuni differenti

Francesco, 18 anni e un blog. Lega insieme due aspetti (geolocalizzazione e raccolta differenziata) di un problema ricorrente: “E questo dove lo butto ? Plastica, metalli, multimateriale…”, e ne fa prima un’app per dispostivi Android e poi una risorsa sul web .
Grazie, Francesco!